riflessioni

Tra un contratto e l’altro, un cambio di rotta

Da qualche giorno sto seriamente prendendo in considerazione di cambiare, almeno per un periodo, profilo professionale.

Ne ho già parlato in altri articoli e come i miei più fedeli lettori sapranno il comparto che mi attira – al di fuori di quello delle forze di polizia si intende – è quello della Vigilanza Privata. Ho così preso al balzo la palla dell’ennesima scadenza contrattuale che mi pende come una spada di Damocle sulla testa,  per poi rilanciarla mandando  curricoli ad un paio di Vigilanze in cerca di guardie da mettere a fare sicurezza complementare in porti ed aeroporti.

Il mio rispetto per i colleghi del privato non è certo una novità, tuttavia non nascondo che la scelta è stata comunque sofferta, motivata in particolare dalla professionalità da me raggiunta in questi anni di servizio nella Polizia Locale. A molti sembrerà un discorso assurdo – in fondo, nella concezione media ed anche nei riconoscimenti giuridici, quella dell’agente di Polizia Locale è una condizione molto più elevata della Guardia Giurata – ma è anche vero che, purtroppo, l’agente di polizia locale è un profilo che comprende talmente tante variabili al suo interno da arrivare sicuramente a vette da far invidia ai più importanti reparti dello Stato (e la recente operazione Kebab Connection 2 ne è l’ennesima riprova) quanto da decadere a imbarazzanti livelli già trattati altre volte.

polizia-locale

Ed è proprio qui il problema: nel bene e nel male, io ho raggiunto un mio livello di professionalità, un livello fatto dalla patente di servizio, dalla qualifica di Agente di Pubblica Sicurezza, dall’arma in dotazione, dall’addestramento pagato a mie spese per saper guidare, sparare, difendermi e difendere gli altri come si conviene ad un – spero – discreto poliziotto, dalle numerose ed a volte importanti esperienze in servizio.

Un livello tra l’altro riconosciuto nel mio attuale comando, dove lavoro ed opero alla pari degli agenti di ruolo, senza che si faccia mai alcun riferimento alla mia condizione contrattuale, cosa di cui non sarò mai abbastanza grato al comandante e agli stessi colleghi, che mi hanno dato un calore e un’accoglienza come mai avevo ricevuto.

Ed io, da questa professionalità, non voglio retrocedere: non è solo un problema prettamente legale (la qualifica di Pubblica Sicurezza è permanente ed un comune dove gli agenti siano decretati è obbligato a riconoscerla, molti fanno però orecchie da mercante) ma anche di dignità personale. Ricominciare, da zero, di nuovo, in un posto dove magari tale qualifica non sarebbe riconosciuta e dove, alla faccia di corsi, formazione e tutto il resto, cercano solo agenti da mandare a fare i giri soste appiedati nelle piazze, sarebbe per me un tornare indietro a livelli che francamente non sento essere quello per cui ho investito il tempo ed il denaro con cui mi sono “preparato” negli ultimi anni.

Certo sarò felicissimo se confermato dove sono ora in servizio e sarei onorato se, andando altrove, vedessi tutto ciò riconosciuto e magari apprezzato, ma, altrettanto sicuramente, non intendo accettare ad occhi chiusi qualsiasi proposta solo perché mi permetterebbe di esibire la scritta “Polizia Locale” su un pezzo di stoffa o di metallo, senza indagare cosa in queste due parole viene letto da chi mi dovesse chiamare (e purtroppo sappiamo bene tutti cosa molti ci leggono quando si parla di precari).  poliziastradale

Non ho mai apprezzato l’idea che il lavoro vada preso a prescindere, perché “ogni posto è quello buono”: non penso sia così e ritengo che un uomo abbia il diritto di scegliere cosa fare e cosa diventare, e che il “dipendente modello”, che accetta tutto e si inchina a tutto, sia un’utopia solo per quei “padroni” veterofordiani che vedo ormai buoni solo per un romanzo di appendice sui diritti dei lavoratori.

E se la mia unica possibilità per restare in Polizia Locale dovesse essere quella di tornare indietro, come in un grottesco gioco dell’oca, al punto di partenza, ben venga ricrearmi altrove una nuova professionalità. Io sono io, chi mi prende ha il mio blocco completo, di pregi (pochi) e difetti (tanti) e se c’è ancora qualcuno che ritiene che un poliziotto -locale o meno – si debba misurare in base al numero di preavvisi grattati o di chilometri passati a farsi vedere in una piazza per soddisfare un insano narcisismo di questa o quella amministrazione, beh, quel qualcuno non sono io e sopratutto non sarei in grado di dare i risultati che si attenderebbero da personale con queste ambizioni.

Nulla mi impedisce quindi, nell’attesa della chiamata di ruolo definitiva, o, chissà, del passaggio in altra forza statale – che si, sarebbe come ammettere che sono migliori di quelle locali  e mi spiacerebbe non poco, ma c’est la vie – di valutare eventuali altre possibilità, nel tentativo, forse stupido, forse fallito in partenza, forse presuntuoso, di mantenere la mia indipendenza, la mia libertà e la mia volontà sopra quelle degli altri, anche decidendo di cambiare profilo professionale, “congelando” temporaneamente quanto creato in quello attuale.

L’importante è che si capisca che siamo tutti guardie, è che  guardie, sbirri e soccorritori, non hanno né divisa, né contratto, né datore di lavoro: hanno solo una missione, quella che ci rende tutti colleghi e pari.

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