Polizia di Stato

Per chi muore un poliziotto

Nella notte tra il 2 ed i 3 febbraio è morto un agente della Polizia Stradale. Si chiamava Francesco Pischedda ed aveva la mia età. Aveva preso servizio da poche ore come mille altri notti prima e, pensava, diecimila altre dopo. Dopo un inseguimento in auto, culminato, come spesso accade, con l’abbandono del veicolo da parte degli occupanti ed un tentativo di fuga attraverso i campi, ha affrontato in una colluttazione uno dei fuggiaschi e sono precipitati assieme per oltre sette metri. Il criminale si è salvato ed è attualmente ricoverato in prognosi riservata, nulla si è potuto fare per l’agente Pischedda, che a 4 ore dalla caduta è morto sulla soglia dell’ospedale di Lecco, dove è giunto dopo il suo avversario, o, come preferisco dire senza mezzi termini, assassino.

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Francesco Pischedda

Un assassino che non sarà punito, perchè, come detto dal comandante della stradale di Lecco Mauro Livolsi, “sarà difficile accusarlo di morte come conseguenza di altro reato”. In Italia, se un criminale fugge ed un poliziotto muore inseguendolo, è colpa dell’eccesso di zelo del poliziotto. In Italia, se un poliziotto muore cercando un corpo in un posto ove non è stato sepolto, a seguito di una falsa testimonianza, non è colpa del delinquente che ha mentito, ma del poliziotto che ha evidentemente sbagliato o non sarebbe morto. In Italia, se una poliziotta viene investita mentre rileva un incidente, non è colpa del conducente del veicolo, ma della poliziotta che sicuramente non stava operando al meglio e che certamente non faceva uso dei DPI in Italia, se ad un artificiere esplode addosso una bomba, non è colpa di chi l’ha messa, ma dell’artificiere che secondo qualcuno “ha sbagliato qualcosa”. In Italia, ai familiari di un poliziotto investito ed ucciso da un veicolo in fuga, viene chiesta la restituzione dell’assicurazione INAIL. Perché era in errore  lui. Non un assassino con un SUV.

Il Grande cantautore Fabrizio de Andrè nel 1973 cantava “Anche se voi vi sentite assolti, siete lo stesso coinvolti”, riferendosi alla “borghesia” francese nei confronti dei moti studenteschi del 1968. Era una canzone contro la polizia ed il sistema che oggi un poliziotto ribalta e, pur continuando ad usarla contro il sistema, la porta dalla della polizia. Ma si può essere contro il sistema, ma dalla parte della polizia? Si può nell’Italia del 2017, dove un poliziotto è morto principalmente a causa del sistema.

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La scena dell tragedia

Aveva 28 anni, lo ripeto, e non mi sento di usare mezze parole per commentare la sua morte. E’ stata una vergogna, un insulto, ed ancor peggio sarà il momento in cui verrà cristallizzato che i suoi assassini se la caveranno con denunce a piede libero e sanzioni minori. Ed una beffa sarebbe che invece, solo in questo caso, si avranno pene più dure, perchè dobbiamo forse morire per ottenere che sia fatta giustizia sui criminali?

Ed è per questo che i politici, i sociologi, i giuristi, i giornalisti, gli opinionisti, i conduttori televisivi, i ministri ed i buonisti sono lo stesso coinvolti. Perchè sono gli stessi che se fosse deceduto il delinquente ora starebbero puntando il dito sul poliziotto. Perchè è per paura del loro giudizio e della loro gogna che molti poliziotti rischiano in prima persona a mani nude o nel buio nelle stradine contro gente che non ha nulla da perdere senza far uso delle armi o di “mezzi di coercizione fisica”. Perché è per il loro radicalismo chic, la loro pomposità nel parlare di diritti dai salotti su cui mangiano – come i “poteri forti” ritratti in un recente film di Claudio Bisio – piatti di utopia e belle parole che le forze di polizia sono disarmate.

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I “Poteri Forti” che banchettano, dal film Benvenuto Presidente (2013)

Per colpa loro si discute se un thaser possa o meno essere uno strumento di lavoro o di tortura, per colpa loro si viaggia con attrezzature, mezzi e divise inadeguati, per colpa loro si hanno regole di ingaggio poco chiare e perennemente a sfavore degli operatori di strada. Per colpa loro la giustizia non può dare forti risposte alla delinquenza, sempre più convinta di fare da padrona sul campo – tanto che viene da chiedersi perchè qualcuno senta il bisogno di opporre resistenza all’arresto – ed ormai resa forte, soprattutto nella fascia del micro-medio crimine, dalla totale assenza della pena e dalla difesa sociale ad oltranza, con un rovescio rigurgito di odio ed inciampi a chi la legge deve invece farla rispettare.

Gli stessi che aumentano le attenuanti, che minimizzano, che quasi giustificano ogni singolo crimine con condanne ridicole e misure di prevenzione assenti sono infatti quelli che puntano il dito, aggravano, incalzano e puniscono, nel tripudio popolare, il poliziotto cattivo, esaltato, assassino, torturatore “negro, ebreo, comunista, anarchico e fascista” per citare un altro maestro della musica italiana (Francesco Guccini), ma che, sempre restando nelle strofe dell’Avvelenata, era li, alle quattro del mattino- senza angoscia e senza vino- a morire per loro.

Gli stessi che oggi piangono la morte di un agente di 28 anni, che preparano medaglie sul petto e titoli sui giornali, che si stringono al dolore dei famigliari, ma che rimangono indifferenti alle loro evidenti colpe, tornando a mangiare utopia e belle parole in attesa del prossimo poliziotto su cui piangere lacrime di coccodrillo o puntare contro il dito. 

Onori a Francesco Pischedda. Buon servizio a chi rimane, nonostante tutto, a fare il proprio dovere fino in fondo.

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