riflessioni

Diario dall’Italia arancione: fiumi di idee , contraddizioni e PAURE

Di ritorno dal supermercato. Bellissimo. L’auto per fare 500 metri. Normalmente non la prendo per fare 5 km, se non ho fretta. Ed oggi, no, non avevo fretta. La coda fuori, rigorosamente a distanza. I volti di tutti coperti da maschere che, rispetto quelle viste in videogame e serie televisive distopiche, non hanno manco il sorriso disegnato sopra. Massimo 20 persone in una struttura di vendita di, a occhio, almeno 300 metri quadri. Non parlatevi. Non guardatevi. State a distanza, ed in silenzio. Occhi bassi, sulla merce, perchè se perdete tempo allungate l’attesa di quelli fuori, e alle 19 si chiude. 

Sia chiaro, sono stato e sarò sempre un convinto interventista, e ho criticato aspramente quei comandi che hanno adottato misure di controllo più “leggere e comprensive”, soprattutto quando si prendono gruppetti di ragazzini che cazzeggiano in skateboard, signore che fanno Yoga stese su un asciugamano, gente che porta fuori il cane tanto a lungo che stanno tornando ad essere animali selvaggi – i cani, non i padroni – e compagnie che si fanno la corsetta su argini e parchi urbani.

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I cittadini di We Happy Few.

C’è un tuttavia .

Premetto che dopo la lettura di questo articolo non accetterò un “e allora Bergamo”: Bergamo è al centro dei miei pensieri, sempre, come lo è la Lombardia. Nella bergamasca e in Lombardia ho amici, ho colleghi che stimo, ho il mio gruppo musicale preferito e con lui tutta la “marmaglia” che lo accompagnava alle decine di concerti in cui li ho seguiti. Ho perfino un paio di ex morose e, lo ripeto, tanti,ma tanti amici. E vorrei essere li, con loro, in prima fila, invece che in un’altra prima linea, ma meno calda, dove, forse, non si capisce bene la dimensione della tragedia che stanno vivendo, anche se cerco di sentirli abbastanza spesso quantomeno per dar loro uno sfogo. Bergamo la penso ogni giorno, più volte, e il primo che me la rinfaccia lo prendo a calci in culo fin laggiù, con tanto di autocertificazione che giustifichi la necessità di farlo. Perché è li che vorrei essere, ed è li che voglio tornare. Questo sia chiaro.

Bene. Il tuttavia però esiste. Ed è un tuttavia importante, perchè in questi giorni abbiamo visto l’odio e la paura guidare ogni reazione di massa. Abbiamo odiato i cinesi, tanto che quando ho stretto la mano ad uno di loro – ancora si poteva- sono stato guardato come un traditore. Oggi i cinesi “ci stanno salvando ” e li osanniamo. L’odio oggi è per chi corre. Chi corre, chi passeggia “senza motivo”, perchè, in tempo di coronavirus, serve un motivo giustificato e scritto per uscire. E chi non lo ha viene odiato. Chi non si ha percezione che sia abbastanza forte da averlo, viene indicato. Untore. Assassino. Tu, che cammini da solo, tu, che corri in mezzo una foresta. Sai che potresti farti male e occupare una ambulanza? Magari infettare un Pronto Soccorso?

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Le normative più stringenti, se ci saranno, sarà perchè molti hanno preso la cosa giocando all’italiano furbo che ne sa più del poliziotto che controlla e del Legislatore che promulga.

Ma le fabbriche, quelle, no. Aperte. Le metropolitane? Piene di operai e pendolari. Perché la produzione va avanti, lo svago si ferma. Manco più i bar per la pausa, avete, dovete farla fuori, all’aperto, giustificando col fatto di essere in pausa la vostra presenza “tra le strade”. Cambiare lavoro? Impossibile. Tutto bloccato. La tua vita è casa-lavoro, lavoro-casa, e devi accettarla così com’è. E mi raccomando, giustificati se scendi ad una fermata prima per passare all’edicola. Questo che tu sia medico, infermiere, addetto alle pulizie, camionista, magazziniere, operaio, cassiere, addetto alla sicurezza, poliziotto di qualsiasi ordine e grado, militare, professionista: lo vedete, in quanti siamo, ancora in giro?

Non venitemi a dire che tutto questo sia normale. Non venitemi a dire che sia facile da accettare. Non si sta parlando di una corsetta, di un runner indisciplinato che se ne frega del contagio. Si sta parlando di una limitazione della libertà delle persone che non si è mai vista. Mai. Manco nel 1300. Già si parla di controllare i movimenti tramite i gps dei cellulari. Almeno nel XIV secolo dovevano mandarti il caro vecchio sceriffo di Nottingham.

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A Roma si prepara un sistema di posti di blocco per controllare ogni singolo veicolo in circolazione e non più a campione: la paura è che la gente vada al mare.

Lo vedete che, a fronte di 40mila denunce, ci sono stati oltre un milione di controlli perfettamente giustificati? Non è che forse questa “emergenza menefreghisti” ce la stiamo inventando perchè così ci è più facile accettare di stare chiusi in casa?

E non mi dite che sia facile per un operatore di polizia che, si spera, si è arruolato per fare tutt’altro che questo, sia facile chiedere alle persone dove vanno e perchè ci vanno. Non è questione di denuncia o meno – doverosa anche perchè spesso prendono pure per il culo – ma del dilemma interiore che in questi momenti dovrebbe avere chiunque creda in concetti come libertà e privacy, concetti che questo virus ha spazzato via con più velocità di qualsiasi movimento sociale o politico. Perfino al fascismo ci vollero anni per far accettare la dittatura. Al Corona sono bastate 3 settimane.

Quanto tutto questo sarà finito, e sperando che le imponenti manovre sappiano limitarne un minimo l’impatto economico, auspicando che ci sia la voglia di ripartire e dopo il calo venga il boom, ricordiamoci che stiamo combattendo una guerra di civiltà oltre che sanitaria. Quando il Corona sarà spento, dovremo saper tornare indietro. Non dovrà esistere, per nessun motivo che “tanto ci siete abituati, continuate a portarvi un giustificativo per le vostre uscite”. Non dovrà esistere, mai, che si senta “state lontani l’uno dall’altro”, che “meglio una sedia occupata ogni tre”, che “anche in casa tenetevi a un metro da vostra moglie e vostro figlio”. Però il cane portatelo a sgambare, mi raccomando.

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Il Presidente del Consiglio Conte durante il discorso con cui ha annunciato la  quarantena nazionale.

Dovremo stare attentissimi che nessuno sfrutti questa paura, questo bisogno di odiare, questo abusare della parola “sicurezza” anche mentre si è in coda alle casse, per rendere consueto quello che deve essere eccezionale. Perché se ieri era “il negro”, “l’immigrato” ed oggi è “il runner”, “il giovane scapestrato, alla leva, alla gogna!”, domani chi potrebbe essere? “Quelli della musica fracassona”? “Quelli che escono la sera”? “Quelli che  vogliono cambiare lavoro e città”? 

Un virus ci ha tolto quello per cui i nostri nonni hanno combattuto, hanno ucciso e sono morti. E non lo facevano per il footing, la bicicletta o il cane. Lo facevano per la libertà di andare in giro senza dover giustificare il fatto di esserlo. E la sfida di questa Europa, di questa società, oltre che non collassare, sarà proprio questo: tornare ad essere libera, senza che nessuno sia così meschino da approfittare dell’ondata di panico, senza che nessun apparato di polizia sia così debole da permetterglielo. O così avvelenato da accompagnarcelo.

Detto ciò, con questa quarantena protratta per almeno tutto aprile, prepariamoci ad ondate di problemi sociali di livello, che, come detto da un autorevole collega, renderanno probabilmente il virus l’ultimo dei problemi delle Guardie. 

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La Polizia di We Happy Few, nonchè avatar di A me le Guardie: il nostro dovere è gravoso oggi, sarà gravoso domani, sarà indispensabile prossimamente. 

Lo ha detto il Presidente del Consiglio: “stiamo lontani oggi per abbracciarci domani”, non dimentichiamolo, è per la normalità, che stiamo affrontando tutto questo, non perchè qualcuno pensi che tutto questo possa diventare normale. 

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