Cronaca

Striscia, le Iene, Amnesty ed il grande partito dell’antipolizia.

In Italia si stanno susseguendo diversi fatti molto gravi. Fatti che, come già detto altre volte, non fanno che dimostrare che il livello di tensione sociale nel nostro paese è altissimo, seppur ancora non arrivato a scene come quelle viste in Francia – con gli attacchi alle auto in pattuglia e la successiva protesta delle Forze di Polizia – e in Spagna – con le terribili immagini degli scontri tra vigili del fuoco e poliziotti -. Che l’Italia sia ad oggi un paese relativamente tranquillo dove vivere è ancora possibile -alla faccia degli allarmismi di cronaca nera – lo si deve in larga parte alle Forze di Polizia e di soccorso. Quelle forze che stanno facendo di tutto per soccorrere e dare un futuro alle comunità colpite dagli ultimi cataclismi naturali, quelle forze che ogni giorno combattono o accorrono per dare aiuto a chi è in difficoltà, a volte vedendosela con un nemico sottile, più pericoloso: lo stato per cui lavorano, che proprio oggi ha condannato (in primo grado) un carabiniere ad un anno di reclusione per aver colpito un bandito che aveva tentato di investire gli altri componenti della pattuglia dopo un inseguimento.

Purtroppo è proprio sulle Forze di Polizia che si gioca un’altra importante “battaglia”, o meglio, uno scontro fatto nello scegliere come bersaglio per lo sfogo dovuto alla grave situazione sociale ed economica chi, indossando una divisa, risulta più facilmente attaccabile e strumentalizzatile di chi si nasconde dietro un passamontagna nero o brandisce una telecamera invece di uno sfollagente, portando però in contemporanea, un messaggio che va a minare le fondamenta giuridiche di uno stato di diritto quale l’Italia vorrebbe essere. Inseguire un Ministro incalzandolo con le domande, tentare più volte di sfondare un cordone di sicurezza, non eseguire gli ordini della scorta sono comportamenti penalmente rilevanti, cui il potere della penna (checché ne dicano, da sempre più potente della spada)  fa da scudo mettendo invece alla gogna mediatica chi, sicuramente esagerando, stava comunque compiendo il proprio dovere ed in quel momento tentando di allontanare un elemento di disturbo che perseverava nel suo comportamento dopo diversi inviti a desistere. Poco importa che il funzionario abbia fatto ammenda ed attenda un provvedimento disciplinare: la gogna è stata chiusa ben prima del fascicolo, e nessuna scusa potrà levarla, o far emergere le responsabilità di chi, se avesse semplicemente capito le ragioni degli agenti di scorta, avrebbe potuto rinunciare al suo “assalto”. 

celereattacco
Un attacco ai Reparti Mobili a Milano

Un boom di attacchi, continuati e portati avanti con metodologia giornalistica di alto livello, creando casi sul nulla – agenti che in turno di notte osano prendersi il caffè – o sbugiardando sentenze del tribunale – se gli agenti di Polizia Roma Capitale sono stati assolti dai fatti di capodanno 2014 non è perchè sono innocenti, ma perchè il “sistema” li ha coperti – tacendo le azioni quotidiane degli operanti – pochissimo si è detto sulle attività nelle aree terremotate a livello mediatico – o direttamente ignorando alcune gravissime notizie come il terribile proliferare di suicidi o tentativi di suicidio avvenuti all’interno delle Forze di Polizia nelle ultime settimane. Attacchi che se presi singolarmente ci lasciano indifferenti non possono nella loro continuità che far generare al cittadino il “sospetto”, la “paura”, in sostanza, la sfiducia ed il pregiudizio verso chi porta una divisa, sempre più dipinto come “servo del padrone” invece di “servitore della collettività”.

Quando poi al teatrino mediatico prende parte Amnesty International, arrivando ad accusare, sulla base di mere testimonianze, prima ancora di una qualsiasi pronuncia dell’autorità giudiziaria locale od internazionale sulla faccenda, e lanciando il proprio assalto con l’ormai consolidato strumento del social network piuttosto che quello del dibattimento processuale e della presunzione di innocenza. A chi scrive risulta molto difficile immaginare quegli stessi uomini che questi disperati li vanno a tirare fuori dal mare in tempesta – esponendosi peraltro alle critiche di quella parte del paese che porta avanti deliranti proposte di lasciare la gente ad affogare – e che ne vedono in prima persona ogni giorno la sofferenza e i patimenti, usarne subito dopo sulla pelle uno stoditore elettrico o riempirli di manganellate senza apparente motivo e, si aggiunge per dovere di cronaca, che appare quantomeno sospetto che gli accusatori siano quelli stessi che rifiutavano di farsi identificare in modo certo tramite le impronte digitali, quelle impronte che permettono loro di avanzare richieste di permesso di soggiorno o continuare il loro viaggio in Europa: ma se non è loro intenzione avere i titoli per chiedere di essere regolarizzati, chi sono in realtà e cosa vogliono fare? Perché la loro parola ha più valore di quella di chi, a fronte di poche accuse, salva quotidianamente la vita a migliaia di individui? Stante che l’identificazione certa della persona è un obbligo di legge e vorrei tanto vedere certi teorici de buonismo ad ogni costo imporre ad un soggetto una procedura complessa quale il fotosegnalamento.

Operazione antiprostituzione dei carabinieri a Roma
Il momento in cui si prendono le impronte digitali

A me le Guardie non può che schierarsi al fianco dei colleghi contro cui viene puntato il dito – indipendentemente da chi lo punti e dai motivi per cui lo faccia – e riconoscere che l’unico organismo deputato a giudicare l’operato degli agenti è la Magistratura sulla base di prove certe e di eventuali condanne definitive. Tutti gli altri, dai giornalisti fino ad Amnesty International passando per i leoni da tastiera di qualsivoglia schieramento sociale o partito politico, devono invece rendersi conto che se hanno qualcosa da dire contro chi si mette quotidianamente al loro servizio dovrebbero condividere eventuali informazioni con l’Autorità Giudiziaria invece che con gli amici su facebook o i followers su twitter, perchè altrimenti più che informazione o protesta le loro parole si riveleranno solo l’ennesimo insulto di cui rispondere presso le sedi preposte, cosa peraltro già annunciata dal sindacato di polizia SAP, che ha presentato denuncia proprio contro Amnesty International . 

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