riflessioni

Libero e il bullismo come arma sociale

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Quello che vedete non è un fotomontaggio e nemmeno l’estratto di una pagina di qualche centro sociale e, pensate, nemmeno lo sfogo di un bambino capace di valutare il mondo solo dal suo punto di vista. E’ invece una delle prime pagine di un quotidiano a tiratura nazionale  – Libero – e colui che scrive tali bestialità è nientemeno che il suo direttore, Vittorio Feltri, reduce dalla difesa a spada tratta del vice direttore de “Il resto del Carlino” che con la stessa spocchia, maleducazione ed arroganza ha definito “cicciotelle” le atlete della squadra di tiro con l’arco italiana alle olimpiadi di Rio.

Definire “obeso”,”inadatto al ruolo impostogli dai superiori” un uomo che è morto anche per proteggere la sua preziosa poltrona è quanto di più vergognoso si potesse scrivere. Peggio, è quanto di più banale e qualunquista sia mai stato scritto, ed è imbarazzante che a metterlo su carta sia stato un personaggio che si avvale del titolo di “professionista”. Forse che il dott. Feltri conosceva il collega Turra? Ne dubito. Più facile invece che ne abbia visto una foto su un altro giornale ed abbia deciso di potersi permettere di esprimere pareri -non richiesti- su una persona, additandolo per il suo aspetto fisico a suo parere inidoneo al ruolo ricoperto, ponendo volontariamente le basi dell’articolo su una presunta mancanza fisica piuttosto che sulle colpe del sistema: chissà perchè non ho dubbi che se il collega fosse stato di corporatura esile e bassa statura si sarebbe fatta la stessa valutazione definendolo “rachitico” o chissà quale altro aggettivo scaturito dallo sconfinato vocabolario di pregiudizi, cattiverie e banalità che il direttore ha mostrato di avere in serbo per qualsiasi occasione, poiché il suo obiettivo non era essere solidale con la vittima o rispettoso con i famigliari, ma raccogliere facili consensi ed accrescere la sua fama di “giornalista dalle parole forti”.

Ed il peggio è che sono convinto che non lo abbia fatto per un suo limite culturale o per una sua pochezza professionale, ma proprio perchè consapevole che oggi come oggi non si può più pensare di analizzare e valutare un fatto senza ricorrere alla parola ad effetto, all’insulto, al dileggio, anche della memoria. Non sono più l’analisi, la descrizione dei fatti, la fotografia in prosa di un dramma a contare nel giornalismo italiano, ma “quello che nessun altro direbbe”, quell’abbassarsi al livello da bar sport perchè il fruitore si senta pari all’autore (il famoso detto “nel giornalismo si usano solo due aggettivi: bello e brutto, perchè il lettore non va fatto sentire ignorante) e, estasiato da quella parola, quell’insulto, quella denigrazione di un altro uomo, corra a dare il suo mi piace e commentare “caxxo si qualcuno doveva dirlo, solo lui poteva averne il coraggio”.

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Questo fenomeno, purtroppo, ha colpito tante volte e colpirà tante altre. Il bullismo online, fomentato da giornalisti che come si è visto lo utilizzano per primi, colpisce qualsiasi categoria sia vista come “diversa”,”sgradevole”, “sbagliata”, viene caricato dall’impunibilità evidente del social network e si diffonde a macchia d’olio come una pestilenza, fomentando gli uni e gli altri in una gara all’insulto, allo sbeffeggio, all’annullamento del dialogo, all’azzeramento della cultura, alla banalizzazione di tutto.

Quella definizione, quella valutazione del compianto  Diego Turra  basata su un vergognoso giudizio fisico, è la punta di un”iceberg di negatività che ha colpito anche gli appartenenti alle forze dell’ordine. Poche settimane fa la foto di un carabiniere del nucleo radiomobile ha fatto il giro della rete: inizialmente sembrava un fenomeno positivo, bell’uomo, giovane, con la divisa stirata addosso, presto si è trasformato in una corsa all’insulto “Ma dove voleva andare”, “Ma che si crede un modello”, “non onora l’uniforme” spaziato ed ampliato fino a diventare il megafono di un maschilismo vergognoso per la nostra epoca – “eccole li a sbavare, le cagne” ho letto in un gruppo – e sfociato nel sessismo più becero quando a finire nel mirino dei lanciatori di uova marce da social è stata una collega della Polizia Locale colpevole, oltre che di essere una “vigilessa” – bastante di per se a giustificare gli insulti del popolino medio –  di avere avuto un passato da modella: le sue foto  spalmate sui giornali nazionali, articolisti di ogni livello attaccati come avvoltoi ad una carcassa a sottolineare come a chiunque piacerebbe “venire multato da un’agente così sexy” e altre banalità tendenti a sminuire tanto il suo operato di poliziotta locale quanto la sua persona valutandola su canoni meramente estetici, in un tripudio di parole che non avevano in realtà nulla da dire. Stessa sorte toccò, dapprima per il tramite di un gruppo facebook per poi essere condivisa in decine, ad una collega abruzzese la cui foto, di spalle, fu oggetto di migliaia di commenti sessisti e denigratori, in un gioco al massacro al cui confronto la gogna medievale era un dispetto tra amici.

Speravamo tuttavia di non poter mai vedere un quotidiano nazionale abbassarsi al livello del bullo delle medie, senza alcuna sensibilità nei confronti di una vittima del dovere ed alcun rispetto del dolore della famiglia.

No, davvero, questa volta non siamo solo delusi, ma proprio schifati, nonché preoccupati, dal terribile uso del bullismo social come arma di distruzione non di massa, ma del singolo avversario/sgradito/diverso/non allineato, fenomeno che, indipendentemente dalla figura colpita, ha già causato suicidi e tentativi di suicidio, e che ha portato all’ennesima potenza quel “basta apparire” e “devi allinearti al gruppo” che veniva insegnato essere un pericolo già 20 anni fa, quando non c’erano ancora i social network ad amplificare la cattiveria e la malignità di persone piccole piccole che a volte sono riuscite scalare la società fino a diventare direttori di quotidiani.

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