Cronaca · Polizia di Stato

La pace sociale passa sopra le vittime di servizio

La situazione sta sfuggendo di mano. Avevamo già parlato della fine dello Stato in occasione delle innumerevoli depenalizzazioni, oggi, invece, quello che ci hanno voluto far credere un mero problema politico, una sfida tra buonisti e giustizialisti, esplode come una pentola a pressione sociale con la morte di Diego Turra, 52 anni, operatore del reparto celere della Polizia di Stato, a Ventimiglia, durante dei tafferugli tra gli agenti e gli attivisti No Borders.

Quello che lascia più stupiti, in questa tragedia, è come essa è stata presentata: nel silenzio, in sordina, con notizie frammentarie che prima sottolineano come il malore dell’agente sia iniziato mentre i manifestanti lo aggredivano, poi immediatamente cambiano registro e, tra la citazione del cordoglio di questo o quel politico, ci dicono che si è trattato di un infarto, senza farci capire bene se durante un contatto, mentre effettuava un servizio di guardia o se aggredito.

Soprattutto, senza dirci da quanto tempo quell’uomo di 52 anni era in servizio, con la sua tuta antisommossa, al sole d’agosto,senza dirci da quanto tempo non riposava, non staccava e se i suoi diritti di lavoratore, prima che i doveri di poliziotto, sono stati soppesati quando lo si è mandato ad operare in quel contesto, ma rimarcando che il vero caso nazionale, ad oggi, sono gli insulti che i poliziotti avrebbero rivolto a dei migranti, ripresi dal solito giornalista “freelance” di turno, il quale tuttavia si è stranamente scordato di dirci e mostrarci cosa stava succedendo prima, di che operazione si trattasse e in generale senza delineare il quadro generale della situazione, errore che va contro ogni deontologia giornalistica, palese ricerca del facile consenso attraverso la demonizzazione della “divisa fascista” che solo poche ore dopo muore e a quanto pare non merita nemmeno che sia scritto qualcosa di chiaro sulla sua morte, e senza che si ragioni se essa si poteva evitare con un turn over adeguato.

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Quello che sappiamo è che il sovrintendente Diego Turra è morto. Quello che non ci fanno sapere è, come detto, in quali condizioni stesse lavorando e da quanto tempo. Quello che fanno finta di non sapere è che la tensione sociale sta esplodendo non solo nelle strade e nelle città, ma anche all’interno dei corpi di polizia, stanchi di subire raccomandazioni ridicole quali girare perennemente armati fuori servizio, ma ribadendo che no, non è un loro diritto avere accesso ad un’arma più piccola, che il porto non glielo danno, perchè di armi, in giro, ce ne sono troppe, scordando però che un antico privilegio di casta consente agli ufficiali delle forze armate, di pubblica sicurezza ed ai magistrati di acquistare una o più pistole senza denunciarle, senza titolo d’acquisto diverso dal tesserino di appartenenza. L’agente semplice, quello che si raccomanda di girare armato, deve portarsi al mare un chilo e mezzo di beretta 92. E con solo 15 colpi, perchè, si sa, un secondo caricatore non sarebbe un aiuto in caso di intervento, ma un qualcosa di brutto, di pericoloso, e poco importa se armietiro rimarca la tragica situazione in cui versa la formazione della maggior parte degli operatori e la totale inadeguatezza dell’equipaggiamento rispetto le necessità attuali e le dotazioni più moderne che, con buona pace di un governo che vorrebbe informatizzare anche il cervello degli operatori, passano anche attraverso pezzi di ferro trucidi e sporchi di olio, chiamati armi e munizioni vecchio stile, senza un processore ed una connessione social, ma con esplosioni controllate, pesi ed ingombro ridotti e maggior praticità rispetto gli ormai inidonei m-12 nel loro 9para di memoria bellica.

Non possiamo non riportare, a memoria di tutti, un articolo quasi profetico che proprio ieri rimarcava come in Italia le vittime siano gli agenti e non i delinquenti: poche ore dopo, l’ennesima tragedia. Spiace per la mancata citazione, nell’articolo di cui sopra, di quello che è il terzo corpo di polizia per vittime, aggressioni ed infermi, evidentemente messo volontariamente di parte per la colpa di non far parte di quella 121 che per molti è la serie A delle polizie.

Mentre giornali e politica giocano con le parole, soppesano ogni virgola per cercare di fare contento il popolino che da una parte chiede “sicurezza” ma dall’altra non vuole vedere intaccato il suo buonismo radical chic, il collega Turra muore nel nome di coloro che questo scempio lo permettono e lo protraggono blaterando di un’accoglienza che ha più il sapore di una convenienza economica che di slancio umanitario.

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Ma non è il momento di polemizzare, tantomeno tra di noi.

E’ il momento di essere ancora più uniti di prima. Uniti nel dolore e nel timore di quello che ci darà il futuro se non verranno immediatamente prese misure che diano giustizia alle centinaia di migliaia di operatori della sicurezza del nostro paese.

Onori a Diego Turra ed ai caduti di tutte le forze di polizia e di soccorso.

Ad maiora a chi resta, e che ogni giorno continua ad onorare i propri doveri nel nome di uno stato cieco ai nostri lutti, sordo alle nostre richieste, muto nelle sue risposte.

 

 

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