Cronaca

Tragedie al tempo dell’ossessione social

Come si possono unire in uno stesso insieme la tragica rissa di Fermo, costata la vita ad Emmanuel Chidi, l’attacco a Nizza con le sue 84 e forse più vittime, l’aggressione a bordo di un treno in Germania, le ripetute denunce di aggressioni a donne durante feste e momenti di aggregazione, il fallito golpe in Turchia?

Non è facile, sono fatti del tutto opposti: l’uno mera cronaca locale volontariamente elevata a caso nazionale, l’altro plausibile, quantomeno organizzato, atto terroristico, il terzo forse atto sconsiderato di un lupo solitario, le ultime, frammentate notizie che hanno a volte il sapore di leggende metropolitane, il golpe probabilmente ancora poco chiaro perfino a chi l’ha eseguito.

Tuttavia qualcosa in comune ce l’hanno: una incredibile, pericolosa e qualunquista deriva sui social network, che, attenzione, non riguarda solo commenti più o meno saggi degli utenti quanto sempre più spesso importanti figure istituzionali. Anche quando una cosa è avvolta nel mistero, quando il corpo o i corpi sono ancora sull’asfalto e magari la stessa procura deve ancora avere un’idea chiara di cosa successo, non solo le persone ma anche le istituzioni sentono il dovere di costruire la loro favola attorno l’accaduto e di portarla avanti senza nemmeno provare a valutare altre possibilità.

La rissa di Fermo ne è la prova: dipinta a livello mediatico e perfino politico come una violenta aggressione unilaterale di stampo razzista, portata avanti nella demonizzazione del “mostro” additato fin da subito quale provocatore ed assassini, elevata a vero e proprio muro di Berlino sociale, dove chiunque osasse solo provare a ragionare in maniera diversa da quella non ufficiale ,ma ufficializzata, era immediatamente tacciabile di razzismo, xenofobia e fascismo. Peccato che poi le testimonianze ed il lavoro di Magistratura, Polizia di Stato e Polizia Locale – prima sul posto – abbiano dimostrato che molto probabilmente le cose non sono andate come supposto inizialmente, fermo restando i futili motivi che hanno originato la colluttazione e la disgrazia di una morte  così assurda.

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Come poter parlare poi dell’attentato di Nizza, quando già nell’immediato l’internet si riempiva di notizie più o meno reali – dalla bambola accanto al corpo di una vittima, al motociclista forse poliziotto forse agente municipale poi eroe anonimo che avrebbe tentato di fermare la folle corsa del killer, fino alle ridicole elucubrazioni sulle foto del parabrezza coperto di pallottole – che sono state capaci soltanto di dare lo spazio alla globale voglia di sfogarsi quando solo oggi si è giunti forse ad una identificazione finale delle vittime e ad una ricostruzione -parziale- dei disegni e delle intenzioni del killer, che potrebbe essere stato qualcosa di diverso da uno jihadista più o meno improvvisato?

E non è forse lo stesso malato sistema di ludibrio social(e) quello che ha fomentato gli animi di coloro che negli Stati Uniti hanno dato origine ad una vera e propria caccia alla polizia -sia teorica che pratica- senza andare ad analizzare le singole vicende e le problematiche locali dei vari stati in cui si sono verificati episodi più o meno piacevoli ascrivibili agli agenti?  Si dice da tempo che l’Isis si faccia forza per la sua diffusione di odio dei social network e delle infinite possibilità della rete: non facciamo forse noi, coi nostri commenti di pancia, con le nostre “breaking news” che più che ultime notizie sono direttamente inventate o supposte, con anche il nostro inconsapevole celebrare gli assassini dando spazio sui giornali alle loro vite, alle loro storie? Già nel 1973, ben prima dell’avvento non dei social ma dell’internet proprio, il grande De Andrè ci metteva in guardia contro il potere della propaganda sugli strati più piatti della società, col suo indimenticabile “trentenne disperato” che, stanco dei “profeti molto acrobati della rivoluzione” decideva di “fare da sè, senza lezione”.

Forse che il 17enne afghano che ha pensato bene di aggredire a colpi di ascia i viaggiatori di un regionale per farsi poi uccidere dai colleghi tedeschi non sarebbe arrivato a tanto se la società non avesse voluto dare una propaganda indiretta a chi certi atti li ha commessi prima di lui? Forse continuare a martellare i giornali, anche locali, di notizie giunte da tutto il mondo – arabo aggredisce 3 donne in Francia, 3 poliziotti uccisi in USA – quando situazioni simili si presentano spesso e volentieri anche in Italia, non sia altro che un tentativo non tanto di esasperare l’opinione pubblica o lanciare chissà che messaggio alle istituzioni, quanto semmai di raschiare il fondo del barile di un argomento che in questo momento attira molti “like” e dai “like” appaiono di riflesso i banner pubblicitari?

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Eppure in tutto questo, cari lettori, non c’è bisogno di ricercare particolari matrici di odio o nazionalismo: se ne era già parlato ai tempi del caso degli stupri di Colonia ed è il caso di ribadire che non servono leggi razziali particolari o ipotesi di militarizzazione della società, quanto dare agli operatori di polizia la certezza di poter operare nella tutela del bene comune senza dover temere ritorsioni proprio da coloro verso i quali hanno giurato protezione. E’ inutile che il Ministero dell’Interno vada a chiedere agli agenti delle Forze dell’Ordine (Polizia Locale non pervenuta al solito) di portarsi appresso la pistola fuori servizio come soluzione al “grave pericolo terroristico” se ad un eventuale uso di tale arma, magari prudenziale o preventivo – quale sarebbe stato ad esempio sparare sul folle di Nizza PRIMA che partisse, senza neppure tentare di fermarlo con le buone – la risposta sarebbe una denuncia, tanto in servizio quanto fuori, con successiva gogna mediatica perchè, certo, poteva essere una situazione pericolosa, ma non essendo poi degenerata (magari proprio grazie all’intervento), è da valutare se le azioni sono state commisurate alla potenziale offesa sventata?!

Non c’è bisogno di razzismo e xenofobia: quelli che oggi vorrebbero cacciare gli immigrati sono gli stessi che insultano il poliziotto che gli fa il divieto di sosta e il finanziere che li coglie in evasione fiscale, e magari vanno pure a prostitute la sera, se non direttamente a minorenni in Tailandia. Quello di cui c’è bisogno è che la Polizia possa fare il suo lavoro senza temere di finire su youtube o facebook a ricevere insulti, che non ci si senta dare preventivamente dei picchiatori fascisti perché usiamo le maniere forti, che chi non esegue un ordine di polizia possa essere ridotto all’impotenza il più presto possibile.

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Attenzione che io non auspico uno stato di polizia: quello è un posto dove se qualcuno non la pensa come il governo viene massacrato di botte prima in strada e poi in carcere, se non addirittura ucciso. Quello che pretendo è un paese civile dove la polizia possa e debba fare il suo lavoro, con la consapevolezza di tutti che ciò che facciamo è solo e soltanto per il bene dei cittadini che siamo chiamati a proteggere. Quello che voglio è un protocollo di polizia che, come quello di un infermiere, sia pari in tutto il mondo: un laureato in medicina è medico qui come ovunque, lo stesso dovrebbe essere il poliziotto: le leggi possono cambiare ma le procedure operative e le regole di ingaggio devono essere le stesse ovunque,  e non devono tutelare  il buonismo di qualche radical chic e nemmeno stuzzicare la violenza sopita di un qualsiasi neofascista, ma semplicemente assicurare che l’autore di un crimine sia immediatamente identificato, che il crimine non sia portato ad ulteriori conseguenze, che siano assicurate le fonti di prova. Va da se che perchè ciò sia possibile è necessario che gli operatori di Polizia siano riconosciuti come tali, indipendentemente dalla scritta sulla giubba o l’intestazione contrattuale, e che abbiano tutti i medesimi strumenti, equipaggiamenti, formazione e tutele!

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